La pelle: un territorio di confine

La cute è l’organo più esteso del corpo umano, nell’adulto ha una superficie di circa 6 mq. Un centimetro quadrato di superficie cutanea contiene: 1 metro di canali vascolari, circa 100 ghiandole sudoripare, da 100 a 500 corpuscoli sensitivi, 15 ghiandole sebacee, 4 metri di cavi nervosi e 3 milioni di cellule.

Un “territorio” densamente popolato!

A livello embrionale, il sistema cutaneo superiore (l’epidermide) insieme a un altro importante sistema, quello nervoso, hanno un’origine comune, l’ectoderma (primo dei tre foglietti embrionali).

La comune origine embriologica ci porta a considerare una probabile connessione e interazione intersistemica esistente anche successivamente al completo sviluppo specifico cellulare.

A livello fisiologico dunque non solo la pelle rappresenta un insieme estremamente complesso, articolato molto affascinante, ma è costituita anche sulla base di una importante relazione originaria ovvero quella tra cute e il sistema nervoso.

Possiamo allora immaginare che la pelle rappresenti molto di più di ciò che siamo portati a pensare?

La pelle infatti, in quanto tale, ha funzioni tra le più importanti:

  • ci definisce nello spazio;

  • permette la traspirazione tra interno del corpo e ambiente esterno;

  • permette, attraverso il senso del tatto, di toccare e al contempo essere toccati.

Essa rappresenta la nostra carta d’identità, la mappa alla quale costantemente facciamo riferimento, il luogo dove imprimiamo la nostra esistenza.

Ma la pelle, oggi, è a rischio? Sì, le patologie cutanee sono in continuo aumento.

Se prendiamo ad esempio le malattie pruriginose, è interessante approfondire quale sia il significato espresso dalla sensazione cutanea irritante che stimola a grattarsi. Che cos’è il prurito? È un dolore a segni opposti successivi, ovvero, nell’area cutanea interessata, arrivano due segnali contemporanei di valenza opposta: un SI di piacere e soddisfazione immediata e un NO di fastidio persistente e continuo.

È come se una conflittualità venisse rappresentata e impressa nel “film” (pellicola di strato sottile), che è la nostra pelle.

Le patologie pruriginose in particolare, ma tutte le malattie cutanee in generale, contengono e insieme rappresentano verso l’esterno un conflitto che c’è, si sente e si sopporta fino al momento in cui si decide di ricorrere a pomate e a farmaci, orientati ad affrontarlo da un punto di vista sintomatologico ma non eziologico.

Se proviamo però a considerare la malattia secondo una visione psicosomatica più ampia, possiamo vedere l’evento patogenetico come una singolarità sincronica che fa riferimento all’interazione tra gli assi energetico-funzionali che regolano ogni sistema vivente, l’uomo in particolare, quello:

  1. verticale (sopra/sotto) (così come indicato anche nell’articolo dove abbiamo parlato di intestino);

  2. orizzontale (dentro/fuori)

In questo ultimo aspetto, in particolare, possiamo dunque ipotizzare che l’infiorescenza che vuole manifestarsi, se bloccata, non trovi altra strada se non quella di ritornare al senso orizzontale a cui appartiene, ovvero alla respirazione (ad es. con manifestazioni asmatiche), oppure addirittura contattare parti ancora più interne, bloccando l’azione e cioè l’articolazione.

L’accettazione sia di questo principio, sia della corrispondenza analogico-funzionale simbolica, di cui abbiamo parlato in precedenti articoli, nonostante i progressi fatti, sono ancora ben lungi dall’essere accettati dalla scienza medica ufficiale, tuttavia nel caso della pelle tutti noi abbiamo la possibilità di verificarlo giorno dopo giorno. Il linguaggio cutaneo appartiene a tutti!

Anche per Freud l’arrossire era vista come la prima grande espressione cutanea di moralità di superficie che lascia trasparire un fuoco interiore. Qualcosa o qualcuno ha toccato un punto che ha reso permeabile il mio fuoco.

La pelle è anche quel sistema che possiamo ricondurre, in termini psicologici, alla struttura della nostra identità e quindi può essere anche considerato come l’elemento di contenimento e di individuazione più efficace.

In presenza di malattie cutanee, dove è compromessa la salute della nostra pelle, possiamo allora pensare che tali patologie si facciano carico di veicolare messaggi che coinvolgono tutta la nostra individualità?

Un mediatore che possa connettere attraverso la manifestazione esterna, l’individuo e la collettività, l’interno e l’esterno?

Consideriamo ad esempio la psoriasi:

è una patologia cronico recidivante che parte da una espressione di tipo infiammatorio e si manifesta nella fase acuta con la formazione di placche secche ben delimitate che si ispessiscono, si ingrandiscono ed evolvono in squame grigio perlacee compatte a formare una sorta di “corazza”. A tale fase si alterna successivamente la fase di quiescenza, nella quale la corazza si riduce e lascia il posto a un eritema acceso, rosso, che brucia e prude.

La psoriasi crea una sorta di schermo “protettivo” che si situa spesso in aree parallele flessorie come polsi, ginocchia, gomiti e caviglie, oppure nel cuoio capelluto, nuca o nella zona sacrale.

Spesso queste parti simmetriche si flettono meno perché dolorose e dure, ma è proprio sulla mancanza di flessibilità che possiamo interpretare la significanza del conflitto. Quanto la rigidità espressa in termini somatici può analogicamente rappresentare tratti di personalità inflessibili e intransigenti atti a mimare probabili istanze difensive. E questa “corazza” da che cosa deve difendere?

E’ ipotizzabile che possa essere ricondotta ad un duplice fronte: da una parte una difesa verso l’esterno, da ciò che spaventa, dall’incomprensibile dinamica delle relazioni alle aggressività percepite o temute, dall’altra una difesa verso pulsioni interne che premono per farsi sentire, un fuoco d’azione, una rabbia inespressa o un fuoco erotico inascoltato. Come se mancasse la legittimazione ad agire la propria aggressività nel mondo. Aggressività che in questo caso è percepita confusamente come distruttività, invece di intenderla come un processo costruttivo di azione. Ecco quindi che se questa spinta interiore venisse compresa orientata e modulata, potrebbe condurre verso uno sviluppo autentico personale, lasciando decadere aspetti somatici a fronte di una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie risorse.

L’aggressività è un’energia creativa che può costruire solo se sceglie di costruire.

Lasciamoci dunque guidare da questo territorio di confine che è la nostra pelle, affinché il “fronte” non diventi luogo di battaglia ma uno spazio dove poter essere se stessi!

Manuela Spezia

 

COLITE E STIPSI: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Le malattie funzionali dell’intestino e in particolare del colon costituiscono un problema molto diffuso nella popolazione, infatti quasi chiunque in qualche momento particolare della propria vita oppure in maniera maggiormente ripetitiva o addirittura cronica, ha avuto a che fare con questo tipo di problematica.

L’intestino svolge un ruolo fondamentale: assorbire i nutrienti contenuti nel cibo, accumulare ed espellere le scorie del processo digestivo. In particolare quest’ultima funzione viene svolta dall’intestino crasso nella sua porzione chiamata colon, luogo dove si accumulano i residui del cibo digerito che, transitando verso l’uscita, si compattano fino a diventare feci.

Le malattie funzionali del colon

La colite è un disturbo specifico del colon, causato da uno squilibrio nel suo funzionamento con alterazioni della motilità intestinale unite a dolore viscerale e disagio nella defecazione che si manifesta con frequenti scariche diarroiche.

La stipsi (stitichezza) è caratterizzata da un rallentamento del transito a livello del colon retto, l’ultima parte dell’intestino, e disidratazione che porta a compattezza eccessiva delle feci con conseguente difficoltà all’espulsione.

Tra le cause più comunemente segnalate si indicano quelle alimentari, quelle derivanti da stili di vita sedentari, l’uso di particolari farmaci oppure la mancanza di regolarità nelle abitudini dovuta a ritmi sempre più frenetici tipici della società moderna.

Tuttavia anche la medicina più classicamente organicistica non può esimersi dal considerare all’origine di queste patologie una co-fattorialità somato-psichica. La presenza scientificamente evidenziata di cellule neuronali nell’intestino e l’interconnessione esistente ad ogni livello dei sistemi neuro-fisiologici, non fanno altro che confermare ciò che la medicina psicosomatica afferma già da lungo tempo. Non possiamo separare la psiche dal corpo!

L’analogia ha un senso?

Questa premessa è necessaria per comprendere come tale unità psicosomatica abbia come fondamento un aspetto importante “l’analogia”.Una presenza sincronica di espressioni che simultaneamente si manifestano con modalità “analoghe” sia sul fronte somatico sia su quello psichico.

L’analogia somatica e funzionale

In particolare a quale tipo di analogia somatica e funzionale possiamo riferirci quando parliamo di intestino? Come già accennato in precedenza in riferimento alle evidenze scientifiche, anche sul piano analogico morfo funzionale, la forma e il funzionamento dell’intestino ci conducono inevitabilmente ad un altro organo ovvero il cervello che si situa tra l’altro nella parte opposta del corpo. L’intestino infatti, con le sue volute si colloca nella parte bassa, la pancia, mentre la corteccia encefalica con le sue circonvoluzioni nella parte alta, la testa. Come diceva Paracelso, famoso medico vissuto nel periodo rinascimentale, “ciò che è in basso è in alto, e ciò che è in alto è in basso”, intendendo con tale espressione la modalità con cui gli stessi meccanismi operanti nelle parti più basse e primitive del nostro corpo operino anche nelle parti più alte ed evolute. Anche la Medicina Tradizionale Cinese teorizza l’analogia funzionale tra organi superiori e inferiori. Un legame tra scienza moderna e tradizioni antiche ripropone dunque la somiglianza tra l’operazione filtrante e di raccolta effettuata dal cervello e dall’intestino. Nello specifico tutto il materiale esterno percepito dal nostro cervello viene trattenuto per la massima parte nell’inconscio, mentre un’altra estremamente più ridotta viene trasformata in pensieri consci. Così anche l’intestino assorbe parte del materiale, giunto attraverso il processo digestivo, indirizzandola verso il sangue (inconscio) mentre una parte la trasforma in feci.

Ci sono altri livelli di analogia?

Se cervello e intestino appaiono dunque simili per forma e funzione, altri livelli di analogia possono essere considerati se abbandoniamo per un istante l’aspetto anatomico e ci facciamo trasportare da tutto ciò che riguarda l’immagine e la dimensione simbolica.

A che cosa associamo l’intestino, che immagine ci appare se pensiamo all’intestino, che sensazioni e percezioni proviamo, che colore vediamo, che emozioni arrivano?

Se facessimo queste domande a più persone ci renderemmo conto di come le risposte sarebbero simili e in alcuni casi addirittura le stesse.

Intestino uguale a …   

immagini e percezioni – labirinto, dedalo di vie, fogna, luogo sordido e sporco, inferno, bassofondo della città, bordello, caduta verso il basso, sterco;

aggettivi – sporco, buio, oscuro, puzzolente, pericoloso, immorale, immondo;

verbi – trattenere, rilasciare, contenere, scartare;

colore – nero, scuro;  

emozioni – paura, vergogna, disgusto, senso di colpa;  

Questi sono solo alcuni degli esempi sufficienti tuttavia ad esprimere l’analogia all’interno di una dimensione simbolica.

Possiamo dunque ipotizzare che se esiste un collegamento tra pensieri (testa) e funzionamento intestinale, in qualche modo tali pensieri possano avere a che fare con ciò che la dimensione simbolica esprime? E andando ancora oltre, è possibile che non solo i pensieri ma anche i comportamenti portino con sé aspetti analoghi?

L’approccio psicosomatico cerca di integrare questi elementi in maniera circolare e di metterli in relazione affinché sia possibile dare un senso a ciò che il nostro corpo vive e trasmette.

Se il comportamento è disfunzionale, il corpo reagisce sincronicamente in maniera disfunzionale.

Se il nostro corpo, nel caso della colite, non riesce a creare, solidificare le sostanze e costruire l’escremento, quando non c’è una produzione distanziata nel tempo bensì una espulsione di un contenuto non solidificato in maniera ripetuta e violenta, dobbiamo chiederci se c’è nel nostro comportamento qualcosa di analogo a questo.

Al contrario, nel caso di stipsi quando il nostro corpo invece resiste insistentemente e costantemente all’espulsione delle feci, come in una sorta di trattenimento, di rifiuto a lasciare  andare, oppure quando la co-presenza di entrambe queste polarità (colite e stipsi) in momenti diversi, identificabili nella sindrome da colon irritabile, anche in questo caso la domanda sull’esistenza o meno di un analogo comportamento, di uno stile, di un particolare modo di essere nel mondo, potrebbe aiutarci a comprendere il senso  di una tale reazione intestinale.

Nel caso della colite, non costruire, non solidificare i contenuti significa non dare forma riconoscibile. Se un contenuto psichico è estremamente disturbanteinaccettabile, volgare, sporco, da eliminare, da nascondere allora bisognerà eliminarlo il più velocemente possibile, ancora prima che diventi forma e che si possa vederlo.

Le macro aree alle quali tale contenuto potrebbe appartenere sono gli ambiti della sessualità e dell’aggressività. Ambienti particolarmente restrittivi, bigotti, religiosi, intrisi di regole, di pulizia fisica e morale potrebbero indurre a determinare un senso inconscio opposto di sporcizia morale, di bassofondo, di mondo infero, aggressivo e violento, formando così psichicamente un conflitto interiore tra contenuti consci espressi, dichiarati ed accettabili e altri inconsci, disturbanti che non riescono neppure a trovare forma, tanto da essere immediatamente eliminati, quasi in un estremo tentativo di erronea  purgazione della mente volta ad evitare una possibile  contaminazione.

All’estremità opposta di uno psicologico continuum troviamo la stipsi dove il tema predominante non è più il lasciare e l’eliminare bensì quello del trattenere, bloccare, impedire alla visione, rifiutare di liberare ciò che è nostro anche se morto. La “messa in scena” di un’espressione inconscia di estremo timore di finitezza e di morte. Il trattenere conduce anche spesso all’idea di avarizia, un difficile rapporto col denaro connotato prevalentemente dal desiderio di accumulo e di possesso. Trattenere le feci dunque potrebbe significare, simbolicamente, non donare nulla di ciò che ci appartiene e quindi nulla di sé, nell’illusione di un’effimera autosufficienza che rischia tuttavia di trasformarsi in un triste isolamento.

La dualità di questi due atteggiamenti ci porta dunque in modo divergente, verso il mondo delle relazioni: da una parte il colitico non riesce a creare un rapporto libero e integrato con sé stesso e con le parti di sé oscure e inaccettabili, dall’altra lo stitico ha difficoltà a cedere qualsiasi parte di sé persino quelle che dovrebbe scartare perché morte, impedendosi così di entrare in un’autentica e generosa relazione col mondo esterno.

Il corpo dunque ci riporta costantemente nel presente delle nostre emozioni e dei nostri pensieri più profondi e inconsci e ci permette, se siamo in grado cogliere in maniera sintonica le percezioni e le sensazioni che esso trasmette, di cercare un senso più ampio di ciò che fenomenologicamente accade nelle relazioni con noi stessi e con l’ambiente esterno.

Due facce della stessa medaglia!

Manuela Spezia

IL CORPO E’ IL NOSTRO MIGLIOR ALLEATO, IMPARIAMO AD ASCOLTARLO

E’ ormai largamente condivisa l’opinione che ogni evento (fisico, organico, psicologico, o situazionale) sia collegato all’intrecciarsi di molti fattori. La stessa concezione di malattia, sta cambiando. E forse anche il nostro rapporto con la patologia e la cura di noi stessi. Psiche e stress acquisiscono via, via, sempre maggior importanza. Sintomo e malattia diventano sempre meno qualcosa da sopprimere o estirpare. Sino a divenire vera e propria opportunità che ci permette di ri-sintonizzarci verso un benessere maggiore. Com’è possibile? Ebbene, il corpo non è un’entità passiva, una macchina soggetta ad ogni sorta di influenza (inquinamento, alimentazione, ..) ma un sostanza psicosomatica portatrice di significati, in grado di parlare a noi stessi, di noi stessi. I sintomi sono eventi “parlanti”, ci informano delle profondità che ci abitano (desideri, paure, inclinazioni personali, talvolta i nostri talenti più speciali). I sintomi sono simboli di un profondo, ma vanno colti nel modo corretto. Solo così possono diventare la guida verso un rapporto più equilibrato con noi stessi e gli altri.

In un’ottica psicosomatica, sintomi e patologie tornano ad essere quello che sono: dimensioni esistenziali con un significato proprio, che trovano espressione attraverso il duplice registro corpo-mente. Due facce della stessa medaglia, che sincronicamente esprimono una medesima dimensione psicosomatica. Psiche e corpo, non sono solo collegati tra loro ma esprimono la stessa realtà (il nostro profondo) su piani diversi: uno più sottile (mentale, psichico e talora anche spirituale) e uno più materiale (corporeo). Le malattie e i sintomi sono eventi in movimento, per loro natura in continua trasformazione. Le patologie sono “simboli” psicosomatici che attraverso l’analogia di significato tengono insieme i tanti aspetti del nostro essere. Emozioni opposte impossibili da conciliare a livello psichico vengono riunite a livello somatico.

Attraverso una complessa catena bio-psico-somatica, il livello psichico si traduce a livello somatico. Le patologie portano in sé un senso comprensibile solo a livello di una lettura analogica. Così, un sintomo può simbolicamente rappresentare stati opposti: il desiderio e l’avversione per qualcosa, il bisogno di autonomia e quello di dipendenza, la voglia di amare e la paura di non essere stati amati. Il corpo è capace di rappresentare, per analogia, a livello fisico ciò che vive a livello più sottile e psicologico (es. una gastrite che a livello fisico corrisponde ad un’infiammazione … a livello psichico rappresenterà lo stato infiammato attraverso atteggiamenti simili a quello delle stomaco infiammato).

In quest’ottica, la crisi patologica diventa il momento “sacro” (segreto) attraverso il quale potersi rinnovare. Sopprimere i sintomi esclusivamente con farmaci, o peggio ancora trascurarli, come anche eccedere nel cercare un senso a tutti i costi, durante la fase acuta, sono solo alcuni degli atteggiamenti sbagliati che possono cronicizzare uno stato potenziale di trasformazione e rinascita. Ciò che serve perciò è uno sguardo neutro e aperto; mentre le chiavi di accesso al corpo e ai suoi significati sono le immagini arcaiche e di funzioni primarie presenti in noi fin dalla notte dei tempi che rappresentano un “modo di essere al mondo”.

Così, la dimensione della pelle che contiene, respira e delimita è quella della relazione con il mondo. La dimensione dello stomaco che accoglie, trasforma e digerisce è quella della disponibilità ad accogliere. Quella del sistema immunitario con la sua funzione di difesa, di riconoscimento del self-non self è lo stato di allerta. Ognuno di noi possiede “dimensioni d’organo”, che attraverso i simboli sono capaci di inviarci segnali in modo dinamico, momento per momento. Ognuno di noi ha dimensioni d’organo che utilizza preferibilmente e che si attivano nei momenti di stress come rappresentazione del problema o del conflitto interiore e inconscio che si sta vivendo.

Il nostro corpo – quindi – è il miglior alleato che abbiamo, capace di informarci e raccontarci, seppur nella forma del sintomo, le verità più nascoste, l’inconoscibile che abita le nostre profondità, che motiva. E’ lui che ci fornisce gli indicatori di direzione verso la via della guarigione, ma in senso ancora più profondo, la direzione verso una vita più soddisfacente, nella quale noi e in nostro inconscio siamo in reciproca corrispondenza, attraverso i cambiamenti interiori che via, via ci trasformano per realizzare pienamente la nostra essenziale interiorità.

Monia Battistutta

PERCHE’ SOGNAMO?

Perché abbiamo bisogno di trascorrere un terzo della nostra vita immersi nel sonno? Per molto tempo il sonno è stato definito come uno stato di riposo contrapposto alla veglia, ma questa definizione è solo parzialmente vera. La periodica sospensione dello stato di coscienza durante la quale l’organismo recupera energia, non rende ragione di un fenomeno molto più complesso quale è quello del sonno. Benché il sonno sia rappresentato da un apparente stato di quiete, avvengono complessi cambiamenti a livello cerebrale che non possono essere spiegati solo come un semplice stato di riposo fisico e psichico. Di notte produciamo ormoni che regolano le attività fisiologiche e numerose sostanze che servono al metabolismo. Entra in funzione tutto l’apparato che provvede alle “grandi pulizie quotidiane” dell’organismo e al suo riordino, sia fisico che mentale. Durante il sonno eliminiamo le scorie accumulate nella giornata. Espelliamo tutto ciò che potrebbe essere nocivo oppure che non è più utile. In particolare è importante il lavoro di riorganizzazione dei contenuti mentali; tra tutte le sensazioni ed emozioni vissute durante il giorno vengono selezionate quelle da “archiviare” nella memoria e quelle da scartare perché intaserebbero i nostri neuroni e quindi le capacità cerebrali. Questa disintossicazione mentale è fondamentale per il benessere psicologico.

Tutto questo lavorìo sulle emozioni e sui ricordi si riflette direttamente anche nei sogni che popolano le nostre notti e che arrivano in un momento preciso del sonno, quello che viene definito “fase Rem”.

I sogni costituiscono un prodotto di questa attività autonoma e si possono considerare come fenomeni psichici legati appunto alla fase REM, caratterizzati dalla percezione di immagini e suoni riconosciuti come apparentemente reali dal soggetto sognante.

Il sogno è un’attività del pensiero umano che ha interessato l’uomo fin dai primordi della civiltà. Le culture primitive hanno sempre dato grande importanza alla veridicità dei sogni. L’idea che i sogni siano messaggi importanti per il sognatore, provenienti da fonti più o meno misteriose ha radici antichissime. In tutte le tradizioni esistono dizionari dei sogni che si incaricano di svelare il significato dei simboli onirici, ovvero delle immagini più significative e più cariche emotivamente che compaiono nei sogni. L’interesse per il tema del sogno – quindi – appartiene ad ogni epoca, luogo e cultura, il bisogno di dargli un significato e di metterlo in rapporto con la vita diurna ha lasciato tracce che ancora oggi è possibile riguardare. Dal Rinascimento alla rivoluzione romantica il sogno acquista sempre più peso. Il suo carattere specifico è la capacità di tessere collegamenti e associazioni fra i diversi materiali dell’esperienza. Per Cartesio è veicolo di conoscenza di consapevolezza della propria contingente situazione, il sogno mette in scena gli elementi di un conflitto interiore, e agendo li interpreta. L’asse del sogno – quindi – comincia a spostarsi verso l’interiorità, ciò segnerà l’avvio di un orientamento destinato a diventare decisivo negli ultimi due secoli, ma questa è storia recente.

Un indirizzo risolutivo per una interpretazione dei sogni più ampia lo ha dato Carl Gustav Jung, il quale fa riferimento, oltre all’inconscio individuale, anche a un inconscio collettivo e ciò ha una innegabile influenza sul modo di intendere e leggere i sogni. La nostra psiche conterrebbe, secondo Jung, dei simboli universali risalenti alle origini dell’umanità e appartenenti all’immaginario simbolico collettivo, che viene trasmesso in modo inconscio nelle generazioni e si manifesta mediante diverse forme espressive, tra cui i sogni. Per Jung il sogno “è uno spontaneo autoritratto, in forma simbolica, della effettiva situazione attuale del sognatore, fornita dall’inconscio”.

Il sogno utilizza un linguaggio molto differente rispetto a quello logico con cui siamo abituati a pensare e a comunicare; si tratta di un linguaggio che utilizza metafore, simboli universali, presenti nella memoria inconscia collettiva e nella memoria biologica individuale. L’interpretazione non può quindi avvenire secondo le leggi della coscienza, che tende a ordinare il contenuto onirico attribuendo un senso “logico” secondo le leggi della coscienza. Tutti i parametri consueti cui siamo abituati, nel sogno non valgono più e non è detto che i personaggi onirici rappresentino i loro corrispettivi reali.

Il sogno è simbolico in quanto è “una formazione psicologica la cui origine, il cui senso e il cui scopo sono oscuri; il sogno è perciò uno dei prodotti più puri di una costellazione inconscia”. Come dice Freud il sogno è “la via regia per accedere all’inconscio”. E’ un messaggio inviato da un amico sconosciuto che tende a un unico obiettivo: il nostro benessere, talvolta diverso dal tipo di benessere che ci siamo prefissati.

Sognare, dunque, è importante per il nostro benessere psicofisico. Il cervello si rigenera nella profondità, nell’abisso della mente, nel regno della notte.

Valentina Suardi

L’ASMA E LA FUNZIONE RESPIRATORIA – UNA VISIONE PSICOSOMATICA

Quando si parla della patologia asmatica la prima cosa a cui si pensa è sicuramente il respiro. La funzione respiratoria infatti è l’ambito dove tale patologia manifesta i propri sintomi. “Mancanza di respiro, sensazione di soffocamento, fame d’aria, affanno” sono tutte espressioni che chi soffre d’asma utilizza frequentemente in collegamento a sensazioni d’ansia o addirittura angoscia, percepite durante le crisi dispnoiche.

L’elemento aereo quindi è l’elemento che caratterizza tale patologia.

Al di là delle implicazioni fisiologiche, organicistiche e delle numerose teorie e ricerche che gravitano intorno a tale patologia, il percorso che si intende intraprendere è legato alla visione psicosomatica di tale disturbo e al valore di una prospettiva analogica di portata più ampia. Tale percorso ha come terreno fondante il simbolo ed è infatti sulla base di questa ulteriore chiave di lettura che è interessante evidenziare come l’aria rimandi all’evento della nascita dell’individuo, ovvero al momento del passaggio dal mondo delle acque uterino e dipendente, al mondo esterno dell’aria dove il neonato inizia il suo cammino verso l’autonomia, proprio partendo dalla sua prima inspirazione.

L’aria dunque è il primo nutrimento necessario alla vita che il bambino riceve dal mondo. Tra la prima inspirazione della vita e l’ultima espirazione della morte si succedono continue inspirazioni ed espirazioni. Nel momento dell’inspirazione il nostro sangue si rigenera, come se metaforicamente venisse “animato” dall’aria inspirata (soffio) per poi tornare, nel momento dell’espirazione, a uno “stato di morte”. Ad ogni ispirazione dunque è come se l’individuo tornasse a nascere mentre ad ogni espirazione tornasse a morire.

L’aspetto vita/morte è uno degli aspetti che potrebbero essere profondamente collegati alla dimensione respiratoria e in particolare alla patologia asmatica. In effetti molto spesso alla sensazione emotiva di angoscia, e in misura minore di ansia, corrisponde la sensazione fisica di “mancanza d’aria” come se mente e corpo rispondessero unitariamente di fronte a un pericolo per la sopravvivenza. Ciò porta a “trattenere il fiato” sia come reazione automatica al pericolo, sia per mantenere dentro di sé il più a lungo possibile la propria riserva di “aria buona”. Nello stesso modo il malato di asma, nelle crisi respiratorie, realizza fisicamente l’angoscia di morte legata al non riuscire a respirare, sentendo dunque realmente la mancanza d’aria.

Per la cultura indiana il respiro è chiamato Prana con il significato di “vita”, inteso come il soffio invisibile che unisce tutti gli esseri viventi e che dà loro vita, somma di tutte le energie contenute nell’universo.

Ma l’aria riesce a trasmettere questa energia solo attraverso la materia liquida, il sangue. Quest’ultimo infatti si unisce all’aria, vera e propria energia dell’universo. È possibile dunque collegare la respirazione ad un altro importante aspetto: l’unione tra l’individuo e l’ambiente esterno. Ogni singolo essere attraverso l’inspirazione si collega al tutto per ritornare poi attraverso l’espirazione alla propria individualità. Come se ciò che accade dentro a ognuno di noi appartenesse al mondo ma contemporaneamente ci permettesse di ricercare e mantenere la nostra individualità.

La respirazione dunque mette l’individuo in sintonia relazionale con ritmo esterno, ma questo divenire ritmico implica inevitabilmente il mettersi in relazione con l’ambiente circostante. Pensiamo alla relazione tra gli esseri umani e a come essa si affermi al di là del linguaggio verbale e non verbale mediante l’interscambio dei respiri. Ognuno di noi porta dentro di sé l’odore dell’altro. Il naso infatti veicola contemporaneamente percezione degli odori e inalazione dell’aria. A questo livello il contatto e lo scambio con l’ambiente avvengono in profondità, nella cavità toracica, nel luogo simbolo di emozioni e sentimenti. Respirare significa dunque anche sentire l’Altro in tutti i suoi aspetti più profondi: il suo odore, il suo umore, il suo interno.

Le difficoltà respiratorie potrebbero, dunque, in questo senso essere collegate ad analoghe difficoltà di relazione col proprio ambiente o con alcune persone in particolare. Un clima relazionale soffocante, presenze significative mal sopportate o altre situazioni analoghe possono esser tra gli elementi scatenanti un attacco asmatico.

Il respiro infatti esprime anche libertà, poter respirare a pieni polmoni rappresenta dunque la possibilità di godere di uno spazio vitale adeguato, al contrario, quando il respiro risulta difficoltoso e contratto, analogicamente potrebbe essere collegato ad un ambiente percepito come angusto e soffocante.

La manifestazione asmatica potrebbe dunque mimare una difficoltà a sentire la differenziazione fra se stessi e il mondo circostante, rischiando di confondersi con esso.

Manuela Spezia

QUANDO IL CORPO SUBISCE LO STRESS

Contrariamente a quanto normalmente si pensa, lo stress non è negativo. In realtà, è una reazione di adattamento, risultato intelligente della nostra storia evolutiva. Il nostro corpo, indipendentemente dalla nostra volontà, ha imparato ad attivarsi per rispondere alle richieste interne ed esterne a noi. Basti pensare allo stress che precede e accompagna un esame, un nuovo lavoro o un nuovo compito da affrontare. In questi casi, il nostro corpo è progettato per rispondere in modo efficace. Tale attivazione ci permette di affrontare le nuove richieste, adattandoci.

Ma allora, quando lo stress diventa disfunzionale?

Quando la normale reazione di adattamento diventa troppo intensa, o prolungata nel tempo. Questo stato può portare a un esaurimento progressivo delle risorse fisiche e psicologiche, e la percezione di non avere più il controllo su ciò che ci accade.

Le fonti di stress sono numerose: stimoli interni o esterni, fisici (cambi di stagione, sforzi muscolari, fattori microbici e virali), sociali (difficoltà lavorative, familiari, con gli amici) o psicologici (conflitti interni, emozioni disturbanti). Soprattutto per quanto riguarda gli stressor sociali e psicologici, il grado con cui un evento è considerato stressante varia, da individuo a individuo, a seconda di quanto lo percepisca incontrollabile o imprevedibile.

Cosa succede al nostro corpo quando siamo stressati?

Il nostro corpo reagisce attivando una risposta automatica: la risposta di attacco-fuga. Il sistema nervoso autonomo simpatico e sistema cortico-surrenale, insieme, generano e controllano una serie di cambiamenti fisici a “cascata”, che coinvolgono tutto il nostro corpo. Il battito cardiaco aumenta per fornire maggiore energia al corpo, di conseguenza aumenta la pressione sanguigna con la conseguente costrizione dei vasi sanguigni. Allo stesso tempo, quando ci sentiamo minacciati, il nostro organismo disattiva tutti quei sistemi non necessari alla sopravvivenza come ad esempio la riduzione dell’apporto di sangue agli organi digestivi. Infatti anche a fronte di uno stile di vita sano, in stato di stress prolungato, la capacità digestiva di estrarre i nutrimenti necessari è minore. Ecco perché sono frequenti disturbi come acidità di stomaco, gastrite, colite e stipsi.

Sotto stress, anche il ritmo del nostro respiro cambia: da lento e rilassato, diventa veloce e superficiale. Un tipo di respirazione questo, che impedisce al corpo di ricevere tutto l’ossigeno che gli serve per difendersi.

Sotto stress, il livello di zucchero nel sangue aumenta (il fegato rilascia più glucosio) per fornire più energia al corpo.

La produzione dell’ormone GH della crescita diminuisce che si traduce in un invecchiamento precoce.

Cosa dire poi del sistema immunitario?

Di fronte alla percezione di una possibile “minaccia”, il nostro corpo ha come unica priorità, quella di difendere la nostra sopravvivenza. Come accade per il sistema digestivo, anche quello immunitario viene momentaneamente soppresso. Sappiamo che quando siamo sottoposti ad uno stress prolungato siamo molto più vulnerabili alle malattie.

Al sistema riproduttivo non va meglio. Un eventuale prole non troverebbe un ambiente ospitale e fertile. E’ per questo motivo che “sotto stress”, sperimentiamo un normale calo della libido.

Tutte queste reazioni fisiche, sono inoltre amplificate, anche a livello psicologico, dal rilascio nel sangue di ormoni come l’adrenalina, la noradrenalina, e il cortisolo. L’adrenalina e la noradrenalina amplificano le sensazioni di pericolo, paura, ansia, diminuzione della memoria. Il pericolo maggiore è che, chi da tempo è immerso in una dimensione di stress cronico, spesso non se ne accorge quasi più. E’ stato ormai scientificamente dimostrato che lo stress cronico, oltre a portare a disturbi psicologici come ansia, depressione, problemi del sonno, dell’ appetito, stanchezza o irritabilità, spesso concorre come co-fattore nella maggior parte dei disturbi fisici (ulcere, ipertensione arteriosa, malattie cardiache, malattie immunitario) diminuendo la capacità dell’individuo di combattere batteri e virus infettivi. I clinici stimano che lo stress emotivo abbia un ruolo importante in più di metà di tutti i problemi medici.

Cosa possiamo fare per migliorare il nostro benessere? Imparare a riconoscere i segnali che ci avvisano del pericolo che corriamo. Ascoltiamo il nostro corpo, è il nostro miglior alleato.

Monia Battistutta

PENSIERO, CONDIZIONA IL NOSTRO STATO DI SALUTE? PUÒ AIUTARCI A GUARIRE?

Nonostante i progressi compiuti dalla scienza, il cervello rimane uno degli organi più misteriosi dell’individuo. Ad oggi, conosciamo ancora molto poco le leggi che ne regolano il funzionamento.

Gli studi condotti in ambito medico convergono su un punto fondamentale; corpo e psiche sono due facce della stessa medaglia, e l’individuo è un insieme inscindibile di parti. La salute e il benessere dipendono dall’equilibrio armonico dei vari aspetti dell’individuo. Conferme in tal senso provengono proprio da quelle scienze la cui mission è l’indagine della materia; le neuroscienze.

È in atto un cambiamento; le ricerche internazionali degli ultimi trent’ anni sul funzionamento del sistema nervoso e della coscienza umana hanno contribuito ad una comprensione diversa, profondamente unitaria e psicosomatica dell’essere umano, evidenziando l’intima relazione tra aspetti fisici, emotivi e psicologici.

Candace Pert, la ricercatrice del NIMH scopritrice delle endorfine e dei neuropeptidi, sostiene l’idea di una mente-corpo come un’unica entità integrata. Non è più possibile separare l’aspetto fisico dall’aspetto mentale.

La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI) va oltre; con i suoi studi ha permesso il collegamento tra medicina e psicologia, e l’approfondimento dei processi fisiologici che mediano la profonda relazione tra mente e corpo. Sistema psichico, nervoso, endocrino e immunitario sono tra loro interconnessi in un “network psicosomatico”. Mente e corpo si influenzano reciprocamente attraverso la globalità dei processi fisiologici, emotivi, psicologici e comportamentali social, il tutto in un sistema organico e unitario.

Il nostro sistema immunitario è estremamente sensibile all’ attività della psiche. Fil rouge è l’influenza esercitata dagli stati emozionali sul corpo, sulle alterazioni dei parametri immunitari. È comprovata l’influenza delle emozioni negative sul decorso di una patologia e sul declino delle funzionalità immunitarie. Gli individui che manifestano questa modalità emozionale solitamente manifestano un’attivazione più consistente della parte cerebrale destra, che comporta a sua volta una generazione minore di linfociti (che sono alla base della nascita della scienza del sistema Pnei).

Non a caso, ed è esperienza comune, quando si è particolarmente stanchi o stressati, si tende ad ammalarsi con una facilità maggiore, contraendo influenza o disturbi prettamente tipici dello stress e di un apparato immunitario precario, come ad esempio l’herpes labiale. Quando invece ci si stressa in seguito a lutti e gravi sofferenze emozionali, si possono generare patologie autoimmuni e persino tumori.

Quindi, mente e corpo si dimostrano capaci di interagire perfettamente tra di loro; il nostro stato psico-emotivo può senza dubbio alterare il decorso di un evento patologico come anche operare un influenza sul nostro benessere fisico.

Monia Battistutta

COSA SI INTENDE PER MALATTIA PSICOSOMATICA?

In questo spazio ci occuperemo di malattie psicosomatiche; delle motivazioni inconsce che sono alla base della formazione di disturbi psicosomatici. Le malattie psicosomatiche sono numerosissime, in campo dermatologico (eczemi, psoriasi, vitiligine etc..) malattie cardiovascolari come l’ipertensione arteriosa, le malattie respiratorie (asma, sinusite..etc), disfunzioni varie del sistema digestivo (gastrite, reflusso …etc).

Spesso è molto difficile risalire alle vere cause delle malattie psicosomatiche, altre volte può essere più semplice.

La malattia psicosomatica è un linguaggio, un messaggio, una invocazione del nostro Io profondo, che possiamo chiamare, che possiamo chiamare inconscio o io bambino. Ma può essere anche una opportunità che ci reca il destino, perché noi si possa imparare qualcosa d’altro e di più saggio e più elevato della nostra vita, perché si possa crescere, e , come tale deve essere colta. Se non verrà sfruttata, inevitabilmente, il nostro inconscio dovrà parlarci con voce più alta. E la malattia psicosomatica diventerà più dura, cronica o pericolosa o si trasformerà, per invocare con più chiarezza il volere del nostro io profondo.

Noi siamo abituati a pensare a noi stessi come a un io logico, razionale e consequenziale, quasi cartesiano. ma la lezione della medicina dell’antichità e quella più recente dettata da psicoanalisti come Freud, Adler e Jung, afferma e dimostra che non è così. In noi vivono diversi “ego” generati dall’inconscio collettivo, dai desideri insoddisfatti o frutto dell’ambiente e dell’educazione che vivono in noi e con noi. E se le loro richieste risulteranno insoddisfatte dal nostro io logico-razionale questi altri “ego” avranno bisogno di comunicare tramite un linguaggio simbologico, quale il sogno o la malattia psicosomatica, il loro disagio.

La malattia nasce sempre dalla nostra mente. “La malattia viene da te stesso e non te ne accorgi. la medicina è in te e non la usi” (Hazrat Ali)

Il linguaggio simbolico della malattia psicosomatica è frutto di esperienze collettive, culturali e ambientali e meramente personali. Per cui il linguaggio della malattia deve essere sempre letto su diversi livelli differenti. Le interpretazioni, dunque, del significato simbologico delle malattie non possono essere ipotesi assolute, ma temi dominanti, su cui solo una analisi personalizzata potrà chiarire al meglio il quadro a seconda della situazione. Non esiste cioè in assoluto un nesso di cusalità consequenziale sempre uguale a se stesso.

In tutte le malattie psicosomatiche possiamo notare, però, alcune caratteristiche comuni:

il soggetto non appare consapevole della produzione intenzionale del sintomo

-il sintomo non trova spiegazioni organiche, una volta seguiti gli accertamenti diagnostici idonei
-l’alterazione funzionale dell’organo o la sintomatologia dolorosa sembrano a prima vista di natura organica
-c’è la possibilità che alcuni fattori psicologici siano simbolicamente correlati al sintomo in questione.

La malattia psicosomatica, a livello inconscio, a livello inconsapevole, costituisce un evento da cui l’istinto cerca di trarre un guadagno. Questo guadagno può derivare dallo sfuggire a una situazione conflittuale familiare o sociale o con se stessi o per evitare un compito sgradito con un trasloco, una nuova attività, un impegno gravoso, il sollevamento dai doveri scolastici o lavorativi, una gara sportiva, ecc.

Valentina Suardi