La pelle: un territorio di confine

La cute è l’organo più esteso del corpo umano, nell’adulto ha una superficie di circa 6 mq. Un centimetro quadrato di superficie cutanea contiene: 1 metro di canali vascolari, circa 100 ghiandole sudoripare, da 100 a 500 corpuscoli sensitivi, 15 ghiandole sebacee, 4 metri di cavi nervosi e 3 milioni di cellule.

Un “territorio” densamente popolato!

A livello embrionale, il sistema cutaneo superiore (l’epidermide) insieme a un altro importante sistema, quello nervoso, hanno un’origine comune, l’ectoderma (primo dei tre foglietti embrionali).

La comune origine embriologica ci porta a considerare una probabile connessione e interazione intersistemica esistente anche successivamente al completo sviluppo specifico cellulare.

A livello fisiologico dunque non solo la pelle rappresenta un insieme estremamente complesso, articolato molto affascinante, ma è costituita anche sulla base di una importante relazione originaria ovvero quella tra cute e il sistema nervoso.

Possiamo allora immaginare che la pelle rappresenti molto di più di ciò che siamo portati a pensare?

La pelle infatti, in quanto tale, ha funzioni tra le più importanti:

  • ci definisce nello spazio;

  • permette la traspirazione tra interno del corpo e ambiente esterno;

  • permette, attraverso il senso del tatto, di toccare e al contempo essere toccati.

Essa rappresenta la nostra carta d’identità, la mappa alla quale costantemente facciamo riferimento, il luogo dove imprimiamo la nostra esistenza.

Ma la pelle, oggi, è a rischio? Sì, le patologie cutanee sono in continuo aumento.

Se prendiamo ad esempio le malattie pruriginose, è interessante approfondire quale sia il significato espresso dalla sensazione cutanea irritante che stimola a grattarsi. Che cos’è il prurito? È un dolore a segni opposti successivi, ovvero, nell’area cutanea interessata, arrivano due segnali contemporanei di valenza opposta: un SI di piacere e soddisfazione immediata e un NO di fastidio persistente e continuo.

È come se una conflittualità venisse rappresentata e impressa nel “film” (pellicola di strato sottile), che è la nostra pelle.

Le patologie pruriginose in particolare, ma tutte le malattie cutanee in generale, contengono e insieme rappresentano verso l’esterno un conflitto che c’è, si sente e si sopporta fino al momento in cui si decide di ricorrere a pomate e a farmaci, orientati ad affrontarlo da un punto di vista sintomatologico ma non eziologico.

Se proviamo però a considerare la malattia secondo una visione psicosomatica più ampia, possiamo vedere l’evento patogenetico come una singolarità sincronica che fa riferimento all’interazione tra gli assi energetico-funzionali che regolano ogni sistema vivente, l’uomo in particolare, quello:

  1. verticale (sopra/sotto) (così come indicato anche nell’articolo dove abbiamo parlato di intestino);

  2. orizzontale (dentro/fuori)

In questo ultimo aspetto, in particolare, possiamo dunque ipotizzare che l’infiorescenza che vuole manifestarsi, se bloccata, non trovi altra strada se non quella di ritornare al senso orizzontale a cui appartiene, ovvero alla respirazione (ad es. con manifestazioni asmatiche), oppure addirittura contattare parti ancora più interne, bloccando l’azione e cioè l’articolazione.

L’accettazione sia di questo principio, sia della corrispondenza analogico-funzionale simbolica, di cui abbiamo parlato in precedenti articoli, nonostante i progressi fatti, sono ancora ben lungi dall’essere accettati dalla scienza medica ufficiale, tuttavia nel caso della pelle tutti noi abbiamo la possibilità di verificarlo giorno dopo giorno. Il linguaggio cutaneo appartiene a tutti!

Anche per Freud l’arrossire era vista come la prima grande espressione cutanea di moralità di superficie che lascia trasparire un fuoco interiore. Qualcosa o qualcuno ha toccato un punto che ha reso permeabile il mio fuoco.

La pelle è anche quel sistema che possiamo ricondurre, in termini psicologici, alla struttura della nostra identità e quindi può essere anche considerato come l’elemento di contenimento e di individuazione più efficace.

In presenza di malattie cutanee, dove è compromessa la salute della nostra pelle, possiamo allora pensare che tali patologie si facciano carico di veicolare messaggi che coinvolgono tutta la nostra individualità?

Un mediatore che possa connettere attraverso la manifestazione esterna, l’individuo e la collettività, l’interno e l’esterno?

Consideriamo ad esempio la psoriasi:

è una patologia cronico recidivante che parte da una espressione di tipo infiammatorio e si manifesta nella fase acuta con la formazione di placche secche ben delimitate che si ispessiscono, si ingrandiscono ed evolvono in squame grigio perlacee compatte a formare una sorta di “corazza”. A tale fase si alterna successivamente la fase di quiescenza, nella quale la corazza si riduce e lascia il posto a un eritema acceso, rosso, che brucia e prude.

La psoriasi crea una sorta di schermo “protettivo” che si situa spesso in aree parallele flessorie come polsi, ginocchia, gomiti e caviglie, oppure nel cuoio capelluto, nuca o nella zona sacrale.

Spesso queste parti simmetriche si flettono meno perché dolorose e dure, ma è proprio sulla mancanza di flessibilità che possiamo interpretare la significanza del conflitto. Quanto la rigidità espressa in termini somatici può analogicamente rappresentare tratti di personalità inflessibili e intransigenti atti a mimare probabili istanze difensive. E questa “corazza” da che cosa deve difendere?

E’ ipotizzabile che possa essere ricondotta ad un duplice fronte: da una parte una difesa verso l’esterno, da ciò che spaventa, dall’incomprensibile dinamica delle relazioni alle aggressività percepite o temute, dall’altra una difesa verso pulsioni interne che premono per farsi sentire, un fuoco d’azione, una rabbia inespressa o un fuoco erotico inascoltato. Come se mancasse la legittimazione ad agire la propria aggressività nel mondo. Aggressività che in questo caso è percepita confusamente come distruttività, invece di intenderla come un processo costruttivo di azione. Ecco quindi che se questa spinta interiore venisse compresa orientata e modulata, potrebbe condurre verso uno sviluppo autentico personale, lasciando decadere aspetti somatici a fronte di una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie risorse.

L’aggressività è un’energia creativa che può costruire solo se sceglie di costruire.

Lasciamoci dunque guidare da questo territorio di confine che è la nostra pelle, affinché il “fronte” non diventi luogo di battaglia ma uno spazio dove poter essere se stessi!

Manuela Spezia