COLITE E STIPSI: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Le malattie funzionali dell’intestino e in particolare del colon costituiscono un problema molto diffuso nella popolazione, infatti quasi chiunque in qualche momento particolare della propria vita oppure in maniera maggiormente ripetitiva o addirittura cronica, ha avuto a che fare con questo tipo di problematica.

L’intestino svolge un ruolo fondamentale: assorbire i nutrienti contenuti nel cibo, accumulare ed espellere le scorie del processo digestivo. In particolare quest’ultima funzione viene svolta dall’intestino crasso nella sua porzione chiamata colon, luogo dove si accumulano i residui del cibo digerito che, transitando verso l’uscita, si compattano fino a diventare feci.

Le malattie funzionali del colon

La colite è un disturbo specifico del colon, causato da uno squilibrio nel suo funzionamento con alterazioni della motilità intestinale unite a dolore viscerale e disagio nella defecazione che si manifesta con frequenti scariche diarroiche.

La stipsi (stitichezza) è caratterizzata da un rallentamento del transito a livello del colon retto, l’ultima parte dell’intestino, e disidratazione che porta a compattezza eccessiva delle feci con conseguente difficoltà all’espulsione.

Tra le cause più comunemente segnalate si indicano quelle alimentari, quelle derivanti da stili di vita sedentari, l’uso di particolari farmaci oppure la mancanza di regolarità nelle abitudini dovuta a ritmi sempre più frenetici tipici della società moderna.

Tuttavia anche la medicina più classicamente organicistica non può esimersi dal considerare all’origine di queste patologie una co-fattorialità somato-psichica. La presenza scientificamente evidenziata di cellule neuronali nell’intestino e l’interconnessione esistente ad ogni livello dei sistemi neuro-fisiologici, non fanno altro che confermare ciò che la medicina psicosomatica afferma già da lungo tempo. Non possiamo separare la psiche dal corpo!

L’analogia ha un senso?

Questa premessa è necessaria per comprendere come tale unità psicosomatica abbia come fondamento un aspetto importante “l’analogia”.Una presenza sincronica di espressioni che simultaneamente si manifestano con modalità “analoghe” sia sul fronte somatico sia su quello psichico.

L’analogia somatica e funzionale

In particolare a quale tipo di analogia somatica e funzionale possiamo riferirci quando parliamo di intestino? Come già accennato in precedenza in riferimento alle evidenze scientifiche, anche sul piano analogico morfo funzionale, la forma e il funzionamento dell’intestino ci conducono inevitabilmente ad un altro organo ovvero il cervello che si situa tra l’altro nella parte opposta del corpo. L’intestino infatti, con le sue volute si colloca nella parte bassa, la pancia, mentre la corteccia encefalica con le sue circonvoluzioni nella parte alta, la testa. Come diceva Paracelso, famoso medico vissuto nel periodo rinascimentale, “ciò che è in basso è in alto, e ciò che è in alto è in basso”, intendendo con tale espressione la modalità con cui gli stessi meccanismi operanti nelle parti più basse e primitive del nostro corpo operino anche nelle parti più alte ed evolute. Anche la Medicina Tradizionale Cinese teorizza l’analogia funzionale tra organi superiori e inferiori. Un legame tra scienza moderna e tradizioni antiche ripropone dunque la somiglianza tra l’operazione filtrante e di raccolta effettuata dal cervello e dall’intestino. Nello specifico tutto il materiale esterno percepito dal nostro cervello viene trattenuto per la massima parte nell’inconscio, mentre un’altra estremamente più ridotta viene trasformata in pensieri consci. Così anche l’intestino assorbe parte del materiale, giunto attraverso il processo digestivo, indirizzandola verso il sangue (inconscio) mentre una parte la trasforma in feci.

Ci sono altri livelli di analogia?

Se cervello e intestino appaiono dunque simili per forma e funzione, altri livelli di analogia possono essere considerati se abbandoniamo per un istante l’aspetto anatomico e ci facciamo trasportare da tutto ciò che riguarda l’immagine e la dimensione simbolica.

A che cosa associamo l’intestino, che immagine ci appare se pensiamo all’intestino, che sensazioni e percezioni proviamo, che colore vediamo, che emozioni arrivano?

Se facessimo queste domande a più persone ci renderemmo conto di come le risposte sarebbero simili e in alcuni casi addirittura le stesse.

Intestino uguale a …   

immagini e percezioni – labirinto, dedalo di vie, fogna, luogo sordido e sporco, inferno, bassofondo della città, bordello, caduta verso il basso, sterco;

aggettivi – sporco, buio, oscuro, puzzolente, pericoloso, immorale, immondo;

verbi – trattenere, rilasciare, contenere, scartare;

colore – nero, scuro;  

emozioni – paura, vergogna, disgusto, senso di colpa;  

Questi sono solo alcuni degli esempi sufficienti tuttavia ad esprimere l’analogia all’interno di una dimensione simbolica.

Possiamo dunque ipotizzare che se esiste un collegamento tra pensieri (testa) e funzionamento intestinale, in qualche modo tali pensieri possano avere a che fare con ciò che la dimensione simbolica esprime? E andando ancora oltre, è possibile che non solo i pensieri ma anche i comportamenti portino con sé aspetti analoghi?

L’approccio psicosomatico cerca di integrare questi elementi in maniera circolare e di metterli in relazione affinché sia possibile dare un senso a ciò che il nostro corpo vive e trasmette.

Se il comportamento è disfunzionale, il corpo reagisce sincronicamente in maniera disfunzionale.

Se il nostro corpo, nel caso della colite, non riesce a creare, solidificare le sostanze e costruire l’escremento, quando non c’è una produzione distanziata nel tempo bensì una espulsione di un contenuto non solidificato in maniera ripetuta e violenta, dobbiamo chiederci se c’è nel nostro comportamento qualcosa di analogo a questo.

Al contrario, nel caso di stipsi quando il nostro corpo invece resiste insistentemente e costantemente all’espulsione delle feci, come in una sorta di trattenimento, di rifiuto a lasciare  andare, oppure quando la co-presenza di entrambe queste polarità (colite e stipsi) in momenti diversi, identificabili nella sindrome da colon irritabile, anche in questo caso la domanda sull’esistenza o meno di un analogo comportamento, di uno stile, di un particolare modo di essere nel mondo, potrebbe aiutarci a comprendere il senso  di una tale reazione intestinale.

Nel caso della colite, non costruire, non solidificare i contenuti significa non dare forma riconoscibile. Se un contenuto psichico è estremamente disturbanteinaccettabile, volgare, sporco, da eliminare, da nascondere allora bisognerà eliminarlo il più velocemente possibile, ancora prima che diventi forma e che si possa vederlo.

Le macro aree alle quali tale contenuto potrebbe appartenere sono gli ambiti della sessualità e dell’aggressività. Ambienti particolarmente restrittivi, bigotti, religiosi, intrisi di regole, di pulizia fisica e morale potrebbero indurre a determinare un senso inconscio opposto di sporcizia morale, di bassofondo, di mondo infero, aggressivo e violento, formando così psichicamente un conflitto interiore tra contenuti consci espressi, dichiarati ed accettabili e altri inconsci, disturbanti che non riescono neppure a trovare forma, tanto da essere immediatamente eliminati, quasi in un estremo tentativo di erronea  purgazione della mente volta ad evitare una possibile  contaminazione.

All’estremità opposta di uno psicologico continuum troviamo la stipsi dove il tema predominante non è più il lasciare e l’eliminare bensì quello del trattenere, bloccare, impedire alla visione, rifiutare di liberare ciò che è nostro anche se morto. La “messa in scena” di un’espressione inconscia di estremo timore di finitezza e di morte. Il trattenere conduce anche spesso all’idea di avarizia, un difficile rapporto col denaro connotato prevalentemente dal desiderio di accumulo e di possesso. Trattenere le feci dunque potrebbe significare, simbolicamente, non donare nulla di ciò che ci appartiene e quindi nulla di sé, nell’illusione di un’effimera autosufficienza che rischia tuttavia di trasformarsi in un triste isolamento.

La dualità di questi due atteggiamenti ci porta dunque in modo divergente, verso il mondo delle relazioni: da una parte il colitico non riesce a creare un rapporto libero e integrato con sé stesso e con le parti di sé oscure e inaccettabili, dall’altra lo stitico ha difficoltà a cedere qualsiasi parte di sé persino quelle che dovrebbe scartare perché morte, impedendosi così di entrare in un’autentica e generosa relazione col mondo esterno.

Il corpo dunque ci riporta costantemente nel presente delle nostre emozioni e dei nostri pensieri più profondi e inconsci e ci permette, se siamo in grado cogliere in maniera sintonica le percezioni e le sensazioni che esso trasmette, di cercare un senso più ampio di ciò che fenomenologicamente accade nelle relazioni con noi stessi e con l’ambiente esterno.

Due facce della stessa medaglia!

Manuela Spezia